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LUCIO FONTANA: OPERE 1952-1968
Il bisogno della materia (anche)

 
Lucio Fontana: il bisogno della materia (anche)
di Marilena Pasquali

Non si può tentare in poche frasi un discorso articolato su un artista così ricco e complesso come Lucio Fontana, la cui poetica richiede analisi approfondite e la cui opera non smette di sorprendere per rigore speculativo e palpiti di emozione. E allora è forse meglio porsi di fronte alle opere, notevolissime, di questa nuova “vetrina” di Intesa Sanpaolo, e proporre a caldo qualche riflessione, di certo slegata e parziale, ma forse non inutile.

Le raccolte dell’Istituto comprendono più di trenta lavori dell’artista: alcuni limpidissimi Tagli degli anni Sessanta, diverse sculture, numerose opere su carta – studi, progetti, prime idee gettate sul foglio alla velocità del pensiero – e i due strepitosi Concetti spaziali del 1952 e del 1956 ora esposti.

Accanto a questi, come terzo protogonista della presentazione vicentina, sta un raffinatissimo Teatrino del 1968, testimone dell’estrema stagione creativa di Fontana, ed ancora, quasi in funzione di un coro che risponda ai primi attori, una selezione di Studi su carta degli anni  Cinquanta e Sessanta, opere in cui l’immediata sensazione di leggerezza è sostenuta dalla solidità concettuale  che regge l’intero impianto della ricerca di Fontana. 

Non bisogna dimenticare che l’artista è, prima di tutto, scultore: lo è per nascita e lo sarà per molti anni anche per scelta, venendo definito con felice approssimazione il «Fontana barocco», nel senso che tale espressione ha pienamente assunto con  la mostra veronese del 20021, lo struggente Fontana dei contorti e preziosi Crocifissi in ceramica a terzo fuoco di Albisola e delle solenni modulazioni sul tema dell’uovo primigenio de La fine di Dio dei primi anni Sessanta (a ragione Cortenova scrive: «Solo la cultura barocca [...] intesa come stilema dell’anima, vorrei quasi dire come predisposizione dello spirito [...] poteva peraltro custodire il segreto di una simile, contraddittoria coesistenza: la materia turgida e tangibile, che tuttavia svapora nel sortilegio di uno spazio altro e indefinibile»).

Fontana è scultore, ne ha l’indole e l’atteggiamento, e in quanto tale ‘sente’ lo spazio, ne ha bisogno, in una tensione costante – energia allo stato puro – che inizia con i suoi primi lavori, si perfeziona dopo il suo definitivo ritorno a Milano (come non pensare al suo ammaliante Ambiente spaziale a luce nera del 1949: «del poeta il fin la meraviglia»...) e si coagula nei Concetti spaziali, nei Buchi, nei Tagli, nelle Nature, fino agli ultimi Teatrini, in cui il bisogno di una forma fisica, con un proprio corpo e peso specifico, ritorna ad affacciarsi prepotente fino a modulare lo spazio stesso come forma.

E’ difficile – anzi, per fortuna, direi impossibile – etichettare l’artista tra gli ‘astratti’ o tra gli ‘informali’, perchè il suo lavoro sfugge a incasellamenti così schematici e può esser compreso soltanto affidandosi a quella definizione di “spazialismo” che è lo stesso autore a coniare e promuovere nei suoi successivi, ostinati, combattivi manifesti programmatici. E pure, in tutta questa ansia di spazio, la materia c’è sempre, non si annulla e anzi rivendica un suo ruolo preciso: occhieggia nei minuscoli frammenti di pietra e vetro che fanno vibrare gli schermi nitidi delle sue tele; si sparge nei mille lustrini che le illuminano; afferma la propria esistenza ‘in negativo’ nei graffi che increspano la supeficie e nei tagli che la aprono all’ombra di ciò che sta dietro; riemerge dagli anfratti delle forme plastiche e crea corrugamenti, fratture, sussulti tettonici che, per certi versi, ricordano il mondo sotterraneo delle Cosmicomiche di Italo Calvino. E’ questa materia minima, ma portatrice di luce e mistero, a creare quello scarto indispensabile alla vita, alla tensione interna dell’opera, contro ogni tentazione di ripetizione e di stasi.

Ancora dello scultore è l’abitudine al progetto, il metodo che procede per stadi successivi di pensiero in atto, per passi concreti e correlati, con strumenti e media diversi ma l’uno all’altro necessari. Ecco allora che anche i tanti Studi di Fontana non valgono più soltanto come indici della sua analisi, come elementi indispensabili per meglio capire il farsi del suo lavoro, ma anche per il loro intrinseco valore estetico, per il loro essere ‘opera’ in piena autonomia e bellezza. Ogni disegno, anche il più piccolo, è un frammento di intensità creatrice, nello sforzo di dare un volto al reale, cogliendone magari anche una sola piega, una sola ferita, un solo guizzo di luce.

Sulla carta, tutto ciò che nei Concetti spaziali e nelle Attese è affidato alla nitida ritualità del gesto e all’apparire-scomparire dell’impronta della materia, è condensato nel segno, viatico per la lunga strada da percorrere, strumento principe che porta all’opera e al di là di essa, in quello spazio indeterminato che sta ‘oltre’, per bucare la pelle del reale e aprirsi un varco, superare la soglia dell’attesa e gettare lo sguardo oltre la siepe.

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